Spike Lee è Spike Lee è Spike Lee è Spike Lee

di Fernanda Moneta

Spike Lee riceve il Premio OscarIn occasione della consegna dei Governors Awards, il 14 novembre 2015, Spike Lee ha ricevuto l’Oscar alla Carriera o come si dice oggi, come a prendere le distanze, “Oscar onorario”, unico maschio e regista sul podio accanto alle due donne e attrici Debbie Reynolds e Gena Rowlands, stupenda 83enne.

È dal 1977 che Spike Lee sostiene di tenere in mano una macchina da presa, ma questa è la sua prima statuetta dorata, un premio che arriva come una medicina omeopatica a cercare di curare gli almeno tre ultimi flop, così giù da non essere arrivati neppure in Europa e i commenti sui quali hanno letteralmente avvelenato i social statunitensi. È il rischio che si corre lavorando in crowdfunding, come Lee ha fatto con il remake di Ganja & Hess di Bill Gunn (1973), Da Sweet Blood of Jesus, titolo che, visto il film, è quasi una bestemmia. Io partecipo economicamente, io pretendo di entrare anche nell’atto creativo: così è il crowdfunding, ma Spike Lee non è voluto stare neanche a questo gioco. D’altronde lavorare in produzione condivisa non è facile, non è da tutti ed è un gioco rischioso. Ma il mondo della cultura, in primis quello del cinema, va così. Chi non sa creare in condivisione è fuori gioco. Per i cinefili cupi e/o curiosi, Da Sweet Blood of Jesus è disponibile solo su Vimeo on demand USA.

Still alive (ironizzando a proposito dei bevitori di sangue di cui Lee, tra tutti gli argomenti del mondo ha scelto di occuparsi, snobbando l’epidemia di Ebola, ad esempio), nel suo lungo discorso di ringraziamento, ha dimostrato quantomeno una certa coerenza nel parlare ancora e ancora della rivalità tra afroamericani e bianchi, dimenticando che le comunità che condividono il suolo statunitense sono tante: ispanica, cinese, araba, coreana, ebraica, russa, polacca, albanese, irlandese, italiana… etc. Ultimamente a New York c’è anche il nostro Saviano, che fa comunità a sè.

Spike Lee legge il Castoro su di lui di Fernanda Moneta

Spike Lee legge il Castoro su di lui di Fernanda Moneta

Continua a parlare, Spike Lee denunciando che “anche se qui tutti abbiamo votato per Obama” tutte le volte che cerca di entrare negli uffici di Hollywood, l’addetto alla sicurezza, peraltro afroamericano, non lo riconosce e gli chiede i documenti.

Mi viene in mente quella canzone “Le carte” in cui Giorgio Gaber invece cantava “dici: sono Cary Grant e se hai il documento, passi”.

Gli Stati Uniti di Spike Lee sono ancora un sistema organico di stereotipi culturali. Ma quanta realtà c’è ancora nel 2015 in questo modello?

È vero, in ambito cinematografico è stato Spike Lee a portare per primo sotto gli occhi del grande pubblico il tema della difficile identità della classe media all’interno della comunità nera americana. Attraverso i suoi film, ma anche con il suo esempio personale: primo regista afroamericano commerciale.

“Crescendo in questo paese – diceva Spike Lee -, non ho visto, né al cinema, né alla televisione, parlare della cultura degli afroamericani benestanti”. Ma quanta acqua è passata sotto i ponti e quanto… sangue, dice la cronaca.

“Per una persona di colore – ha detto Spike Lee – è più facile essere il Presidente degli Usa che il capo di uno degli Studios o di una rete televisiva.”

Spike Lee si è dimenticato del clamoroso successo di Oprah (nota conduttrice, proprietaria della tv via cavo OWN e vincitrice di un Oscar Premio Umanitario Jean Hersholt nel 2012), la quale afroamericana lo è, ma guarda tu il caso… è una donna.

Qualcuno, a Spike Lee, faccia un riassunto degli ultimi eventi, gli regali un televisore nuovo o almeno una radiosveglia. Meglio di un soprammobile dorato, che probabilmente farà spolverare a qualche donna delle pulizie o segretaria che dir si voglia. Era il 14 novembre 2015 e augurando pace e amore ai parigini, Lee ha ricevuto il suo premio. Tutto qui sulla mattanza del 13 novembre 2015, che qualcuno ha definito l’11 settembre dell’Europa. Eppure alla Francia e al Festival di Cannes Spike Lee deve tanto del suo successo. Eppure Spike Lee ha fatto un film coi Fratelli Musulmani (Get on The Bus), ha girato ampie scene alla Mecca durante Malcolm X… Due parole in più, al suo posto, le avrei spese.

E se io mi dimenticassi di parlare del suo nuovo film Chi-raq (Chicago + Iraq), quello in cui si parla, tra un rap e l’altro, del fatto che gli omicidi nella sola Chicago hanno superato le morti dei soldati americani nella guerra in Iraq?

Quasi, quasi, non ne parlo e non dico neppure che è prodotto da Amazon. Il fatto è che i lavoratori di Amazon a me stanno simpatici… Ho seguito con interesse le loro battaglie per avere turni e metodi di lavoro meno alienanti.

Di seguito il trailer di Chi-raq in uscita il 4 dicembre 2015 solo in alcune sale americane:

Qui il documentario su Spike Lee di quando ricevette in Italia il Premio Maestri del Cinema:

Puoi leggere questo articolo anche su art a part of cult(ure)

 

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