Rivoluzione umana contro la Bestia

 

di Fernanda Moneta

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I titoli di studio, i libri letti, i film visti, i fumetti, la musica, le opere riscoperte nei musei… Tutto ciò serve per accumulare cultura nella nostra memoria. La cultura ci permette di affrontare scelte complesse ad un livello superiore dell’animalità (mangiare, riprodursi, sottomettere), della collera (esisto solo io, tutti gli altri sono da eliminare), dell’inferno (una vita senza speranza, di cani contro cani).

La cultura, anzi le culture, vanno perseguite, curate, fatte dialogare, amate tutta la vita. Invecchieremo meglio, dopo, serenamente. La cultura é come l’arte. Ha dignità propria, una funzione propria, che a volte può rendere meno greve la mercificazione, che può illuminare persino l’operaio, lo scalpellino, l’assistente, il macchinista coinvolti rispettivamente dal designer, dallo scultore, dall’artista, dal regista nella restituzione di bellezza al mondo. Sempre che il costo di questa bellezza non sia la schiavitù di altri esseri umani, il sacrificio di vite rese simili a quelle delle bestie, per la troppa fatica, per i turni sbalestrati, per i tempi disumanizzati, per l’uso criminale delle nuove tecnologie (e non mi riferisco ai cracker).
Sto parlando di teoria del valore: di equilibrio tra bene, bellezza e guadagno.
Dopo aver deformato le menti dei nostri giovani, trasformati in collezionisti di punti da supermercato (CFU/CFA e 3+2 con sconto del 10%), ora gli andiamo a dire che il pupazzetto, il cartoncino, ops scusate la pergamena, quel dott. davanti al nome non gli servirà. Le stesse cose le diciamo alle famiglie che, dopo essere state spremute come limoni, facendogli balenare l’immagine illusoria di un ascensore sociale per i loro figli, se solo avessero studiato, si ritrovano vestiti a festa come nelle sagre di paese, con i vassoi di pastarelle e le bottiglie di vino fatto in casa, a festeggiare il figliolo o la figliola con una bella corona di alloro in testa. Un’immagine, quella di questi studenti così acconciati, che ritroviamo nell’iconografia antica ed é quella delle vittime sacrificali.
Ditemi, il totem qual’é? Che si tirasse allo scoperto l’altare, che si mostrasse con coraggio il corpo del Moloch idolatrato da chi da non studente, ma traffichino di salotti, dice a chi studia che studiare non ha valore. Perché secondo Moloch l’unico fine della vita é il lavoro.
Già alla fine della seconda guerra mondiale si capí che cosa nascondeva il culto del lavoro, la sua supremazia sulla cultura, sintetizzata dai roghi dei libri dai campi di lavoro (forzato) che rendevano liberi dalla propria stessa umanità. E non mi riferisco solo ai campi di concentramento, che per chi non lo sapesse era prassi comune a parecchie nazioni anche se a livelli di orrore diversi.
L’Accademia sembrerebbe assimilata al comparto Scuola. Prevedo che presto lo potrebbe essere anche l’Università. E questo fatto favorirà quei traffichini di salotto così bravi da essersi riusciti a prendere una laurea, magari senza 110 e lode, che tanto non é di moda, che potranno trasformare i Conservatori, le Accademie di Belle Arti, le Università e altri luoghi di cultura in Fondazioni (che sono Enti privati) in modo da poterle spennare come polli, decidere chi sono i talenti e chi no, chi sono i curatori di rispetto (“‘che se non lo conosce l’amico mio non esiste. Ed è così”, come disse Arbasino: non cito chi cito).
Se per i nostri vaticinatori studiare non serve se non per trovare lavoro, non potranno che riproporci sistemi come le gilde.
Riguardatevi Metropolis, il film che Fritz Lang ha girato credendo che sarebbe servito solo alla sua generazione, ma che invece é di estrema, tragica attualità.
Ragazzi, ragazze, signori e signore, uomini, donne e bambini ammirate la Bestia.

Potete leggere questo articolo anche su artapartofculture.net

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