Rory Gilmore contro l’apologia del tamarro postmoderno

di Fernanda Moneta

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Sarebbe semplice dare la colpa alla televisione e/o ai telespettatori del fatto che la cultura è diventata un continuo incontro di wrestling, con buona pace per il wrestling.

Tina Cipollari contro Katia Ricciarelli è solo l’ultimo esempio di scontro tra due persone che, in teoria, non avrebbero dovuto incontrarsi mai. Infiniti sarebbero gli esempi.

Fa tendenza dissacrare, azzerare le differenze, irridere i curricula, inserire nella memoria collettiva il virus ingannevole, la falsa informazione, che tutti sono uguali a tutti, che vince chi sa urlare di più, chi sa fare male all’altro, meglio se gratuitamente. Una parodistica versione dei processi politici che si consumavano negli anni settanta tra le mura fumose delle sedi di partito. A questo gioco, perde chi ha qualcosa da perdere: la dignità, ad esempio, l’umanità.

È come se, accendendo il teleschermo, continuassimo a vedere e rivedere L’angelo azzurro (Josef von Sternberg, 1930), film che contiene un’illuminante profezia su quello che sarebbe stato il ruolo marginale, dissacrato e grottesco degli intellettuali, quelli veri, nella società occidentale. Un mondo in cui l’idea stessa di autorevolezza sarebbe stata vista con sospetto. Conosci, dunque non ti voto. Hai cultura, dunque ti emargino. Piccoli bulli crescono nel silenzio spaventato di una società fatta di individui sempre più isolati, che sperano che non tocchi a loro, almeno questa volta.

Il Grande Fratello Vip insegna: va avanti chi tiene un profilo basso, vincono le caricature, le maschere, i wrestler di barthesiana memoria, leggi Miti d’oggi (http://amzn.to/2f2jKmV).

Tutto ciò, nel silenzio siderale e complice di un occidente che distrugge le persone di valore, esalta gli idioti promossi a tutti i costi, fatti assurgere a ruoli di cui nel secolo scorso non avrebbero neppure sospettato l’esistenza. Un sistema che scientemente mischia le carte, usando alternativamente il politicamente corretto (se serve a silenziare) e il “quando ce vo’, ce vo’” di memoria squadrista, per annientare. Una modalità di interazione, quest’ultima, che molti a parole aborrono, ma che nei fatti sempre di più usa premiare e provocare. Tanto, a farlo non si rischia niente. Perché la memoria storica, la capacità di riconoscere l’oppio dei popoli, la consapevolezza etica di quanto profondo è il baratro che ci attende tutti se si va avanti per questa strada, ce l’hanno solo i perdenti.

Viviamo nell’epoca della gloria dei rinoceronti di Eugène Ionesco, ed è per questo che serie tv che credevamo finite per sempre, come ad esempio Una mamma per amica (Gilmore Girls), riaprono i battenti su Netflix, offrendo un asilo alle anime ferite, umiliate e offese da un regime culturale che impone la stupidità unita alla violenza gratuita come canone.

Rory Gilmore ci apre casa e ci offre l’illusione che forse, da qualche altra parte, il duro lavoro, lo studio e l’impegno abbiano valore, che il talento sia riconosciuto, che il tono pacato sia quello con cui si parla normalmente.

Puoi leggere questo articolo anche su art a part of cult(ure)

 

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