Natale trasmediale. Sotto l’albero i pacchi

di Fernanda Moneta 

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Oltre ad una serie infinita e onnipresente di tutorial su come decorare con l’immondizia la nostra casa per Natale, su come trasformare avanzi in piatti che saranno avanzati, su come rovinare definitivamente abiti già rovinati con lustrini e nastrini, questa stagione di fine 2016 regala una nuova consapevolezza sul mestiere di critico innanzitutto e poi di giornalista.

Partiamo dall’inizio.

In tv passa una carrellata di pubblicità dedicate al Natale. Torroncini, pandori, cioccolatini, completini in pizzo rosso indispensabili (?) a Capodanno, regali di varia natura…
Fin qui tutto come sempre. La novità strisciante è l’uso dell’ironia. Sul Natale non si scherza, in pubblicità. Quest’anno è come se il riso amaro dei cinepanettoni e dei “Babbo bastardi”, si sia riversato nel piccolo schermo. Se sia vero o no che faccia vendere di più in un Paese come l’Italia, lo scopriremo solo… “vivendi”. In Francia, ad esempio, questo tipo di spot funziona da sempre.
Ora, uno di questi teatrini commerciali decide di lanciare uno dei più classici panettoni nazionali ironizzando sul veganesimo. Giusto per dimostrare che la premiata ditta milanese (non voglio fare nomi, anche perché il loro prodotto non mi piace da sempre) resta fedele ad una tradizione autoimposta. Canditi sì, no alle bacche di goji. Queste ultime sono un ingrediente molto amato dai vegani e non solo, molto ricco di vitamina C.
Sui social si apre un accesissimo dibattito contro uno spot che per promuovere un prodotto ironizza su una dieta che, per chi la fa, è quasi una religione. Messaggi su messaggi a favore della scelta vegana, contro il panettone. Si arriva a toni minacciosi, come l’ambito social ci ha abituati purtroppo a constatare.
In tv fa notare la cosa il comico Maurizio Crozza, ridendoci su.
Immaginate se un critico televisivo avesse deciso di scrivere una recensione di questa pubblicità senza monitorare l’ambito social. Avrebbe fatto la figura dell’ignorante. E se chi va sui social avesse avuto l’avventura di leggere questo pezzo, addio reputazione del critico. Con buona pace di chi crede che per fare il critico cinetelevisivo basti dar fiato alle proprie cosiddette opinioni personali basculando, magari, tra entusiasmo e stroncatura. Ma questo diario emozionale del critico, che ha avuto una sua parte nella storia della critica, credo che non interessi più. Non serve più di un tweet o addirittura di un like per dire “mi piace” o “ non mi piace”. Inutile intasare l’immaginario collettivo. A meno che non si offra un punto di lettura originale dei dati, delle informazioni. E si torna al giornalismo. Per inciso le testate e le televisioni, almeno in Italia, sono diventate una fucina di disoccupati e il giornalismo on line è un hobby costoso.

Altro esempio.

A nove anni da Il treno per il Darjeeling, Wes Anderson riprende le atmosfere (e il protagonista) del film per uno spot girato per H&M. In Come Together, Adrien Brody interpreta un capotreno che, per sopperire al forte ritardo causato dal maltempo, organizza una festa di Natale improvvisata per i passeggeri. Lo stile di Anderson è inconfondibile: il corto on line, dopo solo 48 ore ha circa due milioni di visualizzazioni. Ma nessuno scrive una recensione. H&M ha deciso di comunicarsi con un intervento transmediale che spalma volutamente i propri contenuti su vari media. I contenuti trasmediali compongono una caccia al tesoro di cui non si può essere sicuri mai di avere tutti i pezzi. Infatti, oltre a quelli postati dall’autore, esistono i contenuti di secondo e terzo livello. Questo articolo, ad esempio, è uno di questi contenuti.
In questo caso la start di questa caccia al tesoro è un cortometraggio postato in rete, ed è stato comunicato dagli uffici stampa del marchio, direttamente ai giornalisti, con la scusa che l’autore è, appunto, Wes Anderson, di fama mondiale.
Potete esplorare l’opera in divenire a questo link: http://www.hm.com/us/7va-come-together e, con un minimo di obiettività potete capire perché nessuno (così sembrerebbe da Google) sia andato oltre il semplice passaggio della velina.
Nel tempo, avendo modo di guardare la tv (fatto non scontato per gli iperconnessi, che poi sono il target generazionale dello stesso marchio), si raccolgono approfondimenti, spin off, tasselli diversi di questo prodotto. E allora, forse vale la pena di scriverci qualcosa, ma non una recensione. Perché il gioco è didattico, insegna in modo semplice cos’é la transmedialitá, come si costruisce questa modalità narrativa, come si possa portare il fashion movie alla ribalta popolare, fuori dalle nicchie del mercato. Perché di nicchia il mercato (anche quello culturale) oggi muore.

La domanda che mi pongo e vorrei porre a voi è: ne vale la pena?

Davvero ci interessa passare la nostra vita a fare spoiling, indagare, ricercare pezzi di un quadro che non si comporrà mai nella sua interezza? Davvero siamo così propensi a impegnare la nostra intelligenza in questo e, nel contempo, siamo così disponibili a lasciare ad altri le decisioni importanti rispetto al nostro futuro o presente?
Tutto ciò non vi ricorda Matrix, il film, nella sequenza in cui ci si abbandona alle macchine, fungendo da batterie, in cambio di un sogno di vita?

Puoi leggere questo articolo anche su art a part of cult(ure)

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