Miti d’oggi: la trasparenza

di Fernanda Moneta

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Ammettiamolo: la verità esiste. Ed infatti c’é sempre qualcuno che cerca di nasconderla. Il luogo migliore per far sparire le tracce dei segni che veicolano i dati reali é in bella vista. Al secondo posto di questa top ten, la verità può essere nascosta in mezzo a una massa di parole che veicolano dati non rilevanti. Lo facevano anche gli antichi romani. Una verità in un mare di informazioni ridondanti o sequenze di informazioni montate in modo trasversale, decontestualizzate, in modo da confondere.

Di questi tempi, informarsi senza far parte di cerchi magici o salotti é l’equivalente di voler superare il livello 200 del vgame della frutta (Farm Heroes Super Saga) senza aver messo da parte i fagioli magici necessari per acquistare un coltivatore. Capito cosa intendo per salotti? Disambiguando per i non giocatori: é molto, molto difficile. In particolare, va tenuta alta l’attenzione durante i cosiddetti giorni di festa, in cui chi può prende decisioni sulla pelle di tutti quelli che non possono che farsi bastare il panettone.

Così, dando un’occhiata alla rete e un’altra al televideo, si viene a scoprire che proprio durante le giornate natalizie, in RAI hanno deciso di bocciare un progetto che riguarda(va) l’informazione, i giornalisti e gli utenti del servizio pubblico. Autore del suddetto piano é Carlo Verdelli, che in un comunicato stampa, ripreso dai media, rivendica di essere una persona perbene. Meno male.

«Se una persona e un giornalista perbene – scrive a questo proposito Lazzaro Pappagallo, Segretario dell’Associazione Stampa Romana, il sindacato dei giornalisti – apprezzato in diverse stagioni editoriali per il rigore e la capacità creativa, si sente dire da un corteo di voci che il suo piano è irrealizzabile e addirittura pericoloso, immaginiamo abbia solo voglia di saltare il prima possibile sul primo treno per Milano. Ma la questione RAI non appartiene a Carlo Verdelli, non appartiene a un membro del Consiglio di Amministrazione, non appartiene a un direttore di testata o di rete, appartiene a tutti noi. E se appartiene a tutti noi come cittadini e utenti del canone, deve appartenere ai giornalisti come operatori dell’informazione. Dunque per un giornalista, per ogni giornalista sarebbe il caso di vederlo questo piano, di leggerne le pagine, di valutarne le slide per intero e di non vivere di anticipazioni, di spizzichi e bocconi magari fatti uscire con lente deformante».

Lazzaro Pappagallo pone la questione che i cittadini, pagatori del canone RAI, possano prendere visione del progetto firmato Verdelli senza doversi accontentare delle solite voci di corridoio. È il noto tema della trasparenza, che tutti invocano ma che nessuno, nel proprio ambito di potere, applica appena può. Per non parlare delle leggi e dei contratti che obbligano anche chi vorrebbe essere trasparente a stare zitto. Non a caso, la cultura italiana è la culla della metafora. Trasparenza. Condivisione. Il contrario di una cultura dei livelli di riservatezza, paternalistica, diventata davvero insopportabile. Certo, i vantaggi per chi sta ai vertici sono indubbi. Parafrasando The Good Wife, ci sarà un motivo per cui un politico che dice la verità ci fa la figura dell’ingenuo.

Personalmente, vorrei poter partecipare alle scelte dell’azienda che sovvenziono (volente o nolente) da una vita, dire la mia. Come esperto della materia, come giornalista, come cittadino. Già… perché mi chiedo: quando è che un cittadino diventa adulto?! Quando può permettersi di interagire andando oltre la richiesta di un tutorial, di una lezioncina?! Sono tante le voci che corrono sul progetto bocciato a firma Verdelli e alcune di esse destano sincera curiosità. Pare che il TG2 si sarebbe dovuto trasferire a Milano: davvero?! E perché?! Si parla di una (ormai mancata) fusione tra Rainews e TGRegione: perché pensare a una fusione e perché non farla?! Vorrei sapere cosa ne pensa la commissione, ammesso che l’ipotesi di una fusione tra queste testate sia vera.

Interessante e curiosa la voce non confermata che Milena Gabanelli (ex Report) avrebbe dovuto dirigere una nuova testata web autonoma, sganciata da Rainews24, che avrebbe lavorato da e per tutte le testate. Cioè?! Su RaiTre é andata in onda poco tempo fa l’ultima puntata di Report con Milena Gabanelli. Un addio con l’amaro in bocca, perché non sembrava, da questo lato del teleschermo, che si trattasse di una scelta senza rimpianti. Troppa commozione per una signora del giornalismo investigativo. All’epoca mi chiesi il perché di quanto stava accadendo. Oggi, alla luce delle voci che corrono, sinceramente credo di capire, ma mi cade un mito perché avrei preferito una maggiore trasparenza. Il perché delle cose, credo che interessi tanti. Nessuno si butta alle spalle vent’anni di conduzione di un programma di successo, di cui é anche autore, senza un motivo e soprattutto senza dire cosa farà da grande. Non sarebbe stato giusto dare almeno l’incipit di un possibile nuovo ruolo?

Tornando alle voci di corridoio sul progetto Verdelli, pare che le testate tradizionali avrebbero abbandonato il generalismo attuale acquisendo ognuna una sua identità. A me questa ipotesi lascia indifferente, a meno che non si intenda con questo un aumento del linguaggio diretto, delle opinioni, della semplicità. Ma questo, finché non si toglierà il carcere per i giornalisti e non si farà una legge contro le cosiddette “querele temerarie”, difficilmente accadrà. Perché oggi come oggi, anche Silvio Pellico non ci terrebbe a scrivere Le mie prigioni (leggi: http://amzn.to/2iKgQ7g). Questo perché viviamo in un’epoca di lettori disattenti, troppo abituati alla sofferenza altrui, concentrati sulla propria esistenza che (come dargli torto), è super precarizzata a tutti i livelli: lavorativo, familiare, sentimentale, etc. In questo senso si spiega il grande successo dell’oroscopo nei media e la rilevanza a livello culturale di consigli come quello dato da Paolo Fox al suo pubblico, “non credete, ma verificate”: di questi tempi, un messaggio rivoluzionario.

Puoi leggere questo articolo anche su art a part of cult(ure)

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